Più ruoli apicali e una maggiore presenza sui media. Questa la “ricetta” di Barbara Caputo per far sì che il mondo della robotica non sia più percepito come un settore “al maschile”.

Vincitrice del prestigioso Starting Grant dell’European Research Council, riconoscimento che premia i nuovi talenti della ricerca mondiale, Barbara Caputo coordina il Vandal Laboratory dell’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), dove insegna ai robot a imparare da soli cercando le informazioni in rete. Il suo compito è quello di dare una “visione” ai robot… e non solo a loro, aggiungiamo noi dopo averla intervistata.

Lei insegna ai robot a imparare, in particolar modo istruendosi da soli attraverso internet. È corretta come sintesi? Vuole raccontarci la sua attività di ricerca?

Sì, la sintesi è corretta, la mia attività di ricerca vuole rendere i robot autonomi nel cercare informazioni su oggetti che non conoscono, utilizzando in maniera corretta la conoscenza già presente su internet. Sembra molto simile alle azioni che compiamo noi esseri umani quando navighiamo in rete, ma per i robot è differente: loro non sanno ancora cosa stanno cercando, il web li aiuta a creare l’associazione tra l’immagine dell’oggetto che vedono e l’informazione che lo caratterizza. Tramite il web loro si costruiscono da soli la base della loro conoscenza, la loro ontologia di oggetti. Sul web, infatti, le immagini sono accompagnate da testi che le descrivono – per esempio si pensi a una sedia in vendita online, di essa si può sapere colore, forma e dimensione – il robot usa quell’informazione per crearsi una conoscenza delle “sedie”. Questa modalità di conoscenza è più veloce rispetto alle modalità che si sono seguite fino adesso: il programmatore insegna il significato dell’oggetto al robot, e lo fa ogni volta che il robot interagisce con il mondo circostante; oppure si dà al robot la possibilità di esplorare gli oggetti presenti in un ambiente per creare categorie. Entrambe le modalità richiedono molto tempo e molto lavoro. La mia ricerca è volta a dare una terza possibilità più veloce al robot: cercare in rete.

Che cosa sono in grado di apprendere i robot oggi e cosa invece no? Cosa sapranno fare nel prossimo futuro?

L’intelligenza dei robot oggi è molto limitata rispetto a quella umana, non hanno la nostra stessa versatilità e capacità a rispondere in maniera immediata agli stimoli dall’esterno. I robot sono delle macchine che apprendono quello che vogliamo che loro apprendano, grazie agli algoritmi che riusciamo a sviluppare. Dobbiamo pensare che quando un robot vede un oggetto che non ha mai visto prima non può prendere alcuna decisione in merito a meno che non ci sia qualcuno dall’esterno che gli dica cosa fare. La decisione stessa di imparare dipende da chi lo sta programmando. E noi stiamo lavorando su questi aspetti. I risultati più interessanti li stiamo ottenendo facendo incontrare la visione computerizzata con gli algoritmi di apprendimento profondo (deep learning). Grazie ad essi, per esempio, abbiamo sistemi automatici in grado di riconoscere quali oggetti sono presenti in una foto, oppure di stimare l’età e la classe sociale di una persona a partire unicamente da una sua immagine, oppure identificare il luogo in cui è stata scattata un’immagine. Questi sistemi li andremo a introdurre nei robot umanoidi, i quali potranno usare quelle informazioni per agire nell’ambiente. In futuro sarà possibile avere robot domestici, cioè robot che conoscono così bene la nostra casa da poterci vivere per aiutarci in diverse mansioni. In particolare, all’IIT- Istituto Italiano di Tecnologia stiamo ulteriormente sviluppando gli algoritmi che permettono agli umanoidi iCub e R1 di riconoscere gli oggetti in un ambiente e interagire con essi. Sono robot che vorremmo vedere entrare nelle nostre case in tempi brevi.

In quali campi si svilupperanno le applicazioni destinate ad avere una maggiore diffusione? Con quali impieghi per i robot?

Il mio obiettivo è quello di arrivare ad avere robot super specializzati degli ambienti domestici, in modo da potere essere utili per l’assistenza agli anziani o per accudire i bambini e, più in generale, per aiutare tutte quelle persone che non vogliono o non possono stare sole. In questo caso parliamo del settore della home robotics. Un’altra applicazione importante sarà nell’ambito della sicurezza, dove i robot potranno svolgere attività di monitoraggio di spazi pubblici come ospedali, aeroporti e stazioni, con l’obiettivo di riconoscere la presenza di persone sospette e di atteggiamenti che si discostano dalla normalità. Il tema della sicurezza, però, è anche più ampio e si interseca con la nostra vita su internet e su come usiamo i social network. Ogni giorno, infatti, interagiamo con agenti artificiali che gestiscono il flusso di informazioni che leggiamo e che condividiamo, con operatori virtuali dei call center, con algoritmi che ci suggeriscono servizi. Non sempre siamo consapevoli di relazionarci con una macchina, eppure lo facciamo. E questo è un aspetto molto importante, poiché se un robot è progettato male o in modo pregiudiziale (si pensi a situazioni di discriminazioni di genere o razzismo) potrebbe prendere decisioni sbagliate per noi, senza che possiamo difenderci. In futuro sarà quindi importante rendere evidente quando il nostro interlocutore è una macchina e come è stato progettato. Inoltre, dobbiamo immaginare un futuro in cui un umanoide domestico potrebbe essere hackerato per sottrarci informazioni personali e private e metterle in rete.

Come cambierà la relazione uomo-macchina?

Se consideriamo la nostra relazione con la tecnologia attuale, la nostra relazione con le macchine è già cambiata tantissimo. Basta pensare a quando chiamiamo un call center computerizzato, leggiamo notizie su internet promosse da robot programmati per diffondere certi tipi di informazione, ci affidiamo ad algoritmi nelle assicurazioni per definire il nostro livello di rischio o semplicemente postiamo istanti della nostra vita privata in rete. La diffusione degli smart-phone ha reso tutto questo più veloce e pervasivo, un robot potrà amplificare ulteriormente questo rapporto, rappresentando un’entità connessa sul web, ma in più capace di interagire fisicamente con noi e con l’ambiente in cui conviveremo.

Ci racconta un aneddoto legato alla sua attività di ricerca? Una situazione che ha sorpreso, spiazzato o incoraggiato lei o il suo team?

Le cose più spiazzanti e divertenti (a posteriori) sono gli errori fatti quando si è sotto pressione, come per esempio quando è il momento di presentare una demo che mostra i risultati di ricerca e dalla sua buon riuscita dipende la conferma di un grosso finanziamento. Vuoi che tutto vada bene, al meglio. In realtà è capitato di tutto: dal robot che avrebbe dovuto riconoscere il viso di una persona e rivolgerle alcune domande che invece si è messo a conversare animatamente con la maniglia di una porta, a quello a cui è stato chiesto di riconoscere un oggetto ma al contrario si è dato alla fuga dalla stanza della demo – tra le risate a crepapelle del team e le grida “Oooh, è autonomo per davvero!!”. Mi ricordo anche di una volta in cui ho chiesto a un robot di mostrarmi all’interno di un video degli esempi degli oggetti che sapeva riconoscere e quello mi ha risposto serafico “Ok, ho distrutto la mia memoria”. Sono impallidita e mi sono subito girata verso un mio collaboratore: “Abbiamo il backup, vero?”.  Samuel Beckett diceva ‘Sbaglia. Sbaglia ancora. Sbaglia meglio’. Ecco, in fondo fare ricerca è tutto qui.

Pensa che le donne siano poco rappresentate nel mondo della robotica? Viene percepito come un settore “al maschile”?

Conosco molte donne che fanno ricerca in robotica con successo. Barbara Mazzolai all’IIT e Cecilia Laschi della Sant’Anna (vedi intervista a cura di PHD pubblicata a marzo www.phdmedia.com/italy/phd-cecilia-laschi-ai, ndr) sono due ricercatrici italiane note a livello internazionale per avere introdotto la soft robotics, realizzando il robot pianta e il robot polpo. Danica Kragic a Stoccolma è vice rettore, direttrice di un dipartimento di robotica molto avanzato e alla guida degli investimenti della Svezia nel campo dell’Intelligenza Artificiale, e altre donne sono CEO di aziende importanti, come per esempio Marissa Mayer a Yahoo. La robotica non è un settore “al maschile”. Purtroppo sono poche le donne che riescono ad avere ruoli apicali, ma questo è vero in tutti i settori, e sicuramente vi è un problema di rappresentazione del ruolo femminile nella società. Una recente indagine internazionale ha mostrato che sui media la voce preponderante è maschile; questo vuole dire che anche là dove esistono donne esperte, nella scienza per esempio, non vengono interpellate.

I talenti femminili vanno incoraggiati? Come?

In Italia stanno nascendo importanti iniziative di sensibilizzazione sul tema, come per esempio la banca dati www.100esperte.it, e incontri per formare le nuove generazioni, le ragazze che devono compiere le loro scelte di studi. Di recente ho partecipato a un evento organizzato dal Comune di Milano, StemInTheCity, in cui ho proprio parlato di robotica e mondo femminile. Sono iniziative importanti, ma da sole non sono ancora sufficienti a creare un ambiente di pari opportunità. La mia esperienza mi dice che sarebbe fondamentale promuovere la presenza di donne in ruoli apicali affinché non solo possano essere di esempio per le più giovani, ma possano garantire loro un ambiente di crescita e affermazione personale positivo. Nelle mie classi ho sempre avuto una percentuale più alta di studentesse che i miei colleghi uomini, e questo accade perché le donne giovani trovano più semplice rapportarsi con un’altra donna per chiedere una tesi. Inoltre, è molto più facile che in un laboratorio diretto da una donna non ci sia il rischio che vengano isolate a causa di schemi culturali maschilisti o che non sentano battute sull’abbigliamento e l’aspetto fisico.

Ci sono stati momenti nel suo percorso in cui ha esitato? Ha avuto paura di non superare gli ostacoli per raggiungere i suoi obiettivi?

Credo di soffrire di un caso molto acuto di ‘sindrome dell’impostore’, che mi causa, svariate volte al giorno, un brividino lungo la schiena e una vocina crudele dentro la testa che dice: “Ecco, il momento è arrivato. Ora tutti si accorgeranno che non sei capace. Le altre volte è stata solo fortuna”.  L’esitazione e i dubbi sono compagne quotidiane di vita. Quello che scatta poi è una reazione che mi fa dimenticare di me stessa, e del panico, e mi fa concentrare sul problema. Allora così le cose riprendono a funzionare.

Lei ha lavorato in prestigiosi laboratori di ricerca all’estero (Germania, Stati Uniti, Svezia, Svizzera), ritiene che l’Italia possa essere competitiva nella ricerca sull’intelligenza artificiale? A quali condizioni?

In molti mi pongono questa domanda e quello che rispondo è che l’Italia è già un’eccellenza nel campo della robotica ed è in fortissima ascesa nel campo dell’intelligenza artificiale dove abbiamo svariati fuoriclasse, da Nicolò Cesa-Bianchi e Massimiliano Pontil nel machine learning, a Rita Cucchiara e Vittorio Murino nella visione artificiale e Roberto Navigli nel Natural Language Processing. Dal punto di vista della formazione dei giovani, l’Italia è di sicuro uno dei paesi migliori, che offre una didattica universitaria di alto livello. L’unico ma grosso limite è che in Italia (intesa come sistema paese) manca la consapevolezza di tutto questo, di conseguenza manca un’idea di come potere diventare competitivi. Durante il mio periodo all’estero ho apprezzato la possibilità di potere programmare le mie attività di ricerca a lungo termine, sapendo quando potevo assumere nuove persone nel mio staff o quando potevo presentare progetti a bandi di finanziamento. Purtroppo in Italia la situazione non è la stessa poiché credo che, oltre ad esserci molta burocrazia, manchi una continuità, anche legislativa, su come dovrebbe funzionare il mondo della ricerca. L’Italia dovrebbe investire di più in ricerca, non solo in termini economici ma anche di gestione del capitale umano – investire sui giovani che forma.

Sta cambiando l’immaginario collettivo su intelligenza artificiale e robot? Se sì come? Trova che ci sia una sensibilità e una conoscenza diversa rispetto a qualche tempo fa?

Si, e in maniera binaria. Da una parte c’è un atteggiamento allarmistico incredibile rispetto ai progressi della robotica e dell’intelligenza artificiale. Se dovessimo aspettarci veramente quello che si legge in alcune notizie riportate dai media, allora vorrebbe dire che entro il prossimo fine settimana tutti ci scopriremmo senza lavoro – perché rubato da un manipolo di robot – e ridotti a vivere sotto i tetti impoveriti di tutto. Dall’altra c’è una fiducia illimitata su quello che l’intelligenza artificiale sarà in grado di fare e sul livello di autonomia che oggi hanno queste tecnologie, tanto da risolvere problemi in ogni campo. Credo che la verità sia nel mezzo: l’AI ha fatto grossi balzi in avanti grazie ai risultati ottenuti nel machine e deep learning, che ci permettono di ottenere risultati che pochi anni fa erano inimmaginabili. Aver fatto progressi però non significa essere stati capaci di risolvere tutte le sfide tecnologiche necessarie per realizzare un robot già pronto per essere utilizzato a casa e capace, per esempio, di sparecchiare. Certamente da parte del grande pubblico c’è una maggiore sensibilità, probabilmente non una maggiore conoscenza.

Ritiene fondati i timori sulla cosiddetta disoccupazione tecnologica (i robot che “ruberanno” il lavoro) e sulle minacce che possono derivare da un utilizzo distorto dell’intelligenza artificiale?

Da addetta ai lavori ho la percezione dello stato dell’arte della ricerca in robotica e in AI, e non temo le previsioni distopiche. È chiaro che nel momento in cui compaiono nuove tecnologie queste necessitino di una consapevolezza nuova da parte del legislatore. Nel campo dell’intelligenza artificiale sarà presto necessario interrogarsi su chi sarà responsabile per le decisioni che una macchina dotata di algoritmi intelligenti potrà prendere: il produttore o l’utente che l’ha acquistata? Un esempio sono le automobili che si guidano da sole e che potrebbero generare incidenti gravi, come investire una persona.  Vorrei però sottolineare che nella nostra quotidianità ci sono già macchine automatiche che utilizziamo e che sono regolamentate: gli aerei sono pilotati per la maggior parte del tempo dal pilota automatico, che è una macchina; nelle nostre case abbiamo un robot che lava i panni per noi, la lavatrice; quando in ospedale ci facciamo una mammografia accettiamo l’utilizzo di strumenti che aiutano il medico a completare la sua diagnosi, anche questi sulla base di un’intelligenza artificiale. Ciascuno di questi sistemi ha prodotto cambiamenti professionali e legislativi. In genere non hanno portato a una perdita di posti di lavoro ma a un loro aumento, e il legislatore è stato in grado di governare con successo il cambiamento che hanno portato. Sono fiduciosa che anche con questa nuova rivoluzione che porterà l’intelligenza artificiale, accadrà lo stesso.  Un dato recente dice che le imprese italiane che hanno investito in macchinari intelligenti grazie al piano Industria 4.0, hanno visto crescere il loro fatturato e hanno aumentato il loro organico. Quindi, nonostante gli allarmismi su robot e occupazione, in questo momento i robot in fabbrica stanno facendo aumentare i posti di lavoro.

È stata definita dai media “la donna che parla con i robot”, le piace come definizione?

No, ma mi sono rassegnata. È una definizione non del tutto appropriata, poiché io mi occupo di visione nei robot, non di linguaggio, quindi non potrei mai parlare ai robot. Mi rendo conto però che al pubblico piace, quindi…

 

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