Vietato dire “non ce la faccio” per la maker e insegnante di robotica che invita i coetanei ad andare oltre gli stereotipi.

Classe 2001, Valeria Cagnina è una maker e insegnante di robotica, tech e travel blogger. Appassionata da sempre di tecnologia, a undici anni ha costruito il suo primo robot guardando un tutorial su Youtube, a tredici è stata la più giovane Digital Champion d’Italia, a quattordici speaker al TEDxMilano Women, al CNR di Pisa, al Senato della Repubblica e all’opening conference della Maker Faire Rome, a quindici senior tester nel programma Duckietown del MIT di Boston. Ha scritto la tesina di terza media utilizzando Facebook per intervistare Luca Parmitano mentre era nello spazio. Oggi, dopo la scuola, promuove la robotica organizzando corsi per bambini e ragazzi, ma anche per gli insegnanti. Si definisce una “whynotter”, ama la ginnastica ritmica, viaggiare, andare in bicicletta e curare il suo orto. E sul “digital gender divide” ha le idee molto chiare.

Come è nata la tua passione per la robotica?

Al CoderDojo Milano vedo una pianta digitale realizzata con Arduino. Me ne innamoro subito, acquisto lo starter kit e a 11 anni, seguendo i video di YouTube all’epoca solo in inglese, realizzo il mio primo robot autonomo che si muove evitando gli ostacoli. A me sembrava una cosa normale… ma ho scoperto che gli altri la consideravano eccezionale!

Raccontaci come sei arrivata a tenere corsi di robotica per bambini, ragazzi e insegnanti e come si svolgono questi corsi.

Contemporaneamente alla passione per la robotica ho sempre avuto anche la passione per l’educazione. Ho cominciato intorno ai 10 anni a insegnare ginnastica ritmica alle bambine più piccole di me. Al MIT di Boston ho maturato l’idea che un altro modo di apprendere, in maniera divertente e interessante, è possibile e da lì in poi il passo è stato breve. Ho cominciato con lezioni a spot a chi me le chiedeva e quando ho compiuto 16 anni ho potuto essere in regola nella ditta di mia mamma (che si occupa di tutt’altro) e aprire i codici attività per poter fare i miei corsi. Abbiamo poi ristrutturato un locale seguendo le 10 regole della mia scuola, che è diventato la mia aula: si fa lezione per terra, su grandi tappeti e cuscini, gli ambienti sono colorati e a misura di bambino, grandi lavagne a tutta parete per il brainstorming. La mia scuola è una scuola a misura di Dreamer (bambini e ragazzi che partecipano) e non il contrario, utilizzo la robotica per fare in modo che loro possano scoprire, inseguire e coltivare le loro passioni perché, solo facendo un lavoro che ci appassiona, potremo fare nostro il motto: fai ciò che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita.

Parlaci della tua esperienza al MIT di Boston

Ho passato l’intera estate a Boston. Al MIT ero senior tester del progetto Duckietown con il compito di seguire i tutorial universitari per realizzare un robot autonomo in grado di muoversi in una città di papere, fermarsi agli stop, evitare i pedoni (papere), il tutto mediante un solo sensore: la telecamera. Dovevo semplificare questi tutorial e renderli fattibili anche per i ragazzi delle superiori. È stata un’esperienza pazzesca. L’aria che si respira là è incredibile. Ho frequentato i coworking, le startup, il MediaLab, grandi aziende come IBM e ho conosciuto una rete di persone davvero uniche. Durante i miei talk dico sempre ai ragazzi che un biglietto per Boston costa meno del cellulare che abbiamo in tasca. Bisogna avere il coraggio di partire, andare a scoprire, oggi un viaggio a Berlino o in qualsiasi capitale europea può costare 30 euro! Viaggiare aiuta a capire quanto è ristretta la mentalità provinciale delle nostre realtà.

È stato facile per te scoprire e coltivare il tuo talento? La scuola ti ha aiutato? Pensi che in generale la scuola aiuti i ragazzi a coltivare passioni e talento?

Io sono stata supportata dalla mia famiglia e da tantissime persone con cui sono entrata in contatto che mi consigliavano di non mollare. La scuola non mi ha mai aiutata e mi ha quasi sempre ostacolata, soprattutto per i tanti giorni di assenza che facevo per partecipare agli eventi, anche a fronte di risultati ottimi (ho sempre avuto la media del 9). Si parla tanto di pensiero laterale, divergente e critico, ma poi, nella pratica, i ragazzi che pensano fuori dagli schemi sono difficili da gestire. Fortunatamente questa mia realtà non è la norma e la differenza la fanno sempre le persone. Pensate ad esempio a realtà come il Majorana di Brindisi di Salvatore Giuliano.

Le materie STEM andrebbero insegnate diversamente in Italia?

Tutte le materie andrebbero insegnate diversamente in Italia. Al MIT considerano ormai morta la scuola come la concepiamo noi con lezioni frontali e mancanza totale di utilizzo della tecnologia (la tecnologia non è la LIM!), così come insegnanti che non hanno il computer a casa o scuole senza wifi. L’apprendimento può essere divertente e coinvolgente, questa è l’unica strada. Ci vuole passione. Se non ami quello che fai i risultati non arriveranno mai!

Secondo te esiste un “digital gender divide”? Credi che le ragazze siano poco presenti nel mondo della tecnologia? E se sì perché?

Assolutamente sì. Ai miei corsi partecipano pochissime bambine e quando arrivano a 7/8 anni, spariscono completamente, così come in tutte le realtà che frequento sono sempre pochissime le ragazze e le donne. Questo ritengo sia sicuramente da un lato colpa della scuola, ma in larga parte delle famiglie. Sopravvivono ancora troppi stereotipi a tutti i livelli, tra i giovani e tra i meno giovani, soprattutto fuori dalle grandi città come Milano. Certo vederli nei ragazzi della mia età è terribile.

Pensi di poter essere d’ispirazione per altre ragazze che credono che la robotica sia un settore “da uomini”?

Lo spero. Con la mia testimonianza cerco di raccontare proprio questo. Non tanto per focalizzarsi sulla robotica: la robotica è la mia passione. Credo che ognuno debba avere la curiosità di esplorare tanti campi per scoprire, inseguire e coltivare le proprie passioni senza autolimitarsi. Nella mia scuola dico sempre che niente è impossibile ed è vietato dire non ce la faccio, perché è solo un blocco mentale per convincerci ad arrenderci. Bisogna dire: devo ancora imparare.

Che cosa ti dicono i tuoi coetanei nei vari incontri in giro per l’Italia?

Io raramente incontro miei coetanei a questi eventi. Da quando ho realizzato il mio primo robot ho imparato a interfacciarmi con gli adulti. I miei coetanei raramente sono interessati a quello che faccio, soprattutto nelle piccole realtà provinciali come la mia, dove si pensa ancora che internet sia l’uomo nero e pericoloso. Quando vado nelle scuole sono affascinati e interessati alla mia storia, mi fanno mille domande, spero proprio che qualcuno abbia poi il coraggio di andare oltre gli stereotipi e i luoghi comuni. Oggi bastano un computer e una connessione per avere il mondo in mano.

Che cosa pensi degli sviluppi attuali della ricerca sull’intelligenza artificiale? Che cosa ti aspetti nel prossimo futuro in questo settore?

Siamo a un punto in cui si stanno facendo passi da gigante e la fantasia e la creatività sono davvero l’unico limite. In futuro ci saranno robot in ogni casa e le persone li utilizzeranno anche per le cose più semplici. Spero che non ci siano più persone obbligate a fare lavori noiosi e ripetitivi, perché i robot faranno questi lasciando a noi umani solo i lavori più divertenti, interessanti, creativi e con alto uso di ingegno.

Hai un modello? Una persona alla quale ti ispiri?

Un unico modello di riferimento, no. Ho sempre preso ispirazione dalle tante persone che incontro. Se devo pensare a un personaggio importante mi viene in mente Bebe Vio per la sua determinazione e tenacia, però mi ispiro molto di più alle persone del mio quotidiano, come la mia allenatrice di ginnastica Silvia che mi ha insegnato ad essere determinata, a non arrendermi e mi ha trasmesso questa passione per l’educazione soprattutto con i bambini più piccoli.

Altre passioni oltre alla robotica?

Tantissime: la ginnastica ritmica innanzitutto che pratico da quando avevo 3 anni, mi piace viaggiare e con i miei genitori ho visto un pezzo di mondo, dai luoghi più poveri e sperduti a quelli più tecnologici. Curo il mio orto, vado in bicicletta, sui pattini, mi piace sciare, esco con gli amici, vado all’oratorio e faccio tutte le cose normali che fanno i ragazzi della mia età.

Progetti e sogni per il futuro?

Mi piacerebbe ingrandire la mia scuola, ora sto lavorando a una rete di Ambassador che abbracci la filosofia della mia scuola in Italia, in Europa e nel mondo, per dare la possibilità a tutti i ragazzi delle realtà provinciali come la mia di apprendere con divertimento e passione. Spero davvero di riuscire a rivoluzionare questo mondo dell’education e fare in modo che ogni bambino sia contento e felice di andare a scuola!

Qual è il tuo motto?

Sono un whynotter e non un yesbutter. Penso e cerco di insegnare che niente è impossibile e che con determinazione, fatica e duro lavoro si può arrivare dove si vuole, ricordandosi sempre che solo sul dizionario “successo viene prima di sudore”.

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