Rita Cucchiara è una delle massime esperte nel campo della visione artificiale, docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Dalla scorsa estate dirige il Laboratorio nazionale di Intelligenza artificiale e sistemi intelligenti promosso dal Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica. È una delle due italiane scelte nel 2018 da RoboHub fra le venticinque donne più influenti nel campo della robotica. Fra le altre, nel 2015 la “menzione” era toccata a Cecilia Laschi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e nel 2014 a Silvia Ferrari della Cornell University, entrambe AI WOMEN di PHD! Il “Lab” riunisce tutta la comunità scientifica italiana che si occupa di intelligenza artificiale, “il mio obiettivo – ci dice – è far sentire la voce italiana in Europa e nel mondo”. Sì, perché, ci spiega, dal punto di vista scientifico e della formazione universitaria l’Italia ha tutte le carte in regola per competere con Stati Uniti e Cina, dal punto di vista degli investimenti, però, no. In questa intervista Rita Cucchiara ci restituisce un racconto appassionato e a tratti spiazzante del settore. “Abbiamo molta più creatività’ nei sistemi informatici di quanto non abbia fatto la natura in millenni di riproduzione”, sottolinea. Gender gap nel mondo dell’AI? “No”, risponde, ma poi “insomma…”. E sull’impronta femminile nel settore chiama in causa parole come onestà, giustizia ed etica del lavoro. Non potevamo che chiudere con lei il nostro viaggio durato 12 mesi.

Lei è stata scelta per dirigere il nuovo Laboratorio Nazionale di Intelligenza Artificiale e Sistemi Intelligenti. Che compiti ha questa nuova struttura?

Unire tutta la comunità scientifica italiana che si occupa di Intelligenza Artificiale, soprattutto nella sua modellazione e sviluppo (nell’accezione moderna del deep learning e del machine learning, ma non solo), costituire un punto di riferimento e supporto per l’industria e la società italiana e promuovere, infine, la collaborazione con le istituzioni e gli enti pubblici per un ecosistema globale di crescita della ricerca e della produzione di AI.

Lei che obiettivo si è data per questo incarico? 

Quello di raccogliere tutte le voci attorno a unico tavolo (e siamo ormai in 900!), sviluppare insieme progetti di rilevo per la ricerca scientifica e per l’Italia e far sentire la voce italiana in Europa e nel mondo. A questo proposito voglio sottolineare che il 6 dicembre scorso è nata la società europea ELLIS (European Labs in Learning and Intelligent Systems) e il Lab è presente fra i suoi fondatori. Lavoriamo in molte iniziative europee come CLAIRE e come la recente Flagship HumanEAI.

L’Italia vanta realtà di ricerca e personalità di spicco nel mondo dell’intelligenza artificiale, è un’eccellenza, però, di cui non molti sono a conoscenza. Perché? È un settore che si autopromuove in misura minore rispetto ad altri? Oppure è una carenza dei media?

L’espressione “intelligenza artificiale” è arrivata alla ribalta dei media solo da pochissimo tempo e ora unisce molti temi sempre specificati con nomi diversi (reti neurali, machine learning, computer vision, natural language processing, reasoning systems, game theory… solo per citarne alcuni), spesso solo per addetti ai lavori nell’informatica e nell’ingegneria informatica. Ora che i prodotti di AI funzionano e che le grandi aziende del mondo IT ne sono i più grandi testimonial (Google, Amazon, Facebook, IBM, Panasonic ecc.) il termine è diventato di dominio pubblico. Poi queste tecnologie sono spesso abilitanti per altri settori come la robotica, l’automotive, la medicina, che ne fanno gran uso ma, ovviamente, si parla più del risultato finale. Finché, prima o poi, non ne parlano anche i media e i libri. Comunque è, veramente, una tecnologia nuova o, perlomeno, rinnovata. L’ultimo capolavoro (davvero!) di Baricco “The Game”, che è una retrospettiva storica degli ultimi trent’anni di tecnologie e che mi ha colpito perché ho vissuto tutto questo passaggio durante i miei ultimi trent’anni, arriva fino all’AI e poi si ferma. Fino ad adesso, in pratica, abbiamo agito nell’ombra…

Siamo in grado di competere con le realtà americane e cinesi?

A questa domanda devo dare una risposta dicotomica. Scientificamente e per formazione universitaria sì. Per investimenti no.

Quali saranno le principali linee di sviluppo dell’AI nei prossimi anni? In che misura l’AI impatterà nelle abitudini quotidiane dei consumatori?

Ora sta impattando soprattutto nel mercato consumer e della vita di tutti i giorni: lo smartphone, l’auto o la tv che ci parlano ne sono gli esempi più eclatanti. Ma sta impattando anche nella medicina, nella produzione industriale e, spero davvero presto, nella Pubblica Amministrazione. Questo per quanto riguarda i prodotti di oggi, ma sono interessanti le linee di sviluppo di domani. Per esempio, la comprensione di come unire intelligenza e memoria a lungo e breve termine, come fa il nostro cervello: questo non significa che per forza l’AI debba essere “neuro-inspired”, abbiamo molta più creatività nei sistemi informatici di quanto non abbia fatto la natura in millenni di riproduzione.

Di quali competenze avrà sempre più bisogno il settore? Ci sarà spazio anche per i percorsi formativi di tipo umanistico?

Competenze tecniche informatiche sono necessarie. Competenze matematiche ugualmente. Su questo non si prescinde. Le competenze umanistiche riguardano ciò che ci rende felici, ciò che fa aumentare la nostra qualità della vita. L’AI potrà alimentare la conoscenza della nostra cultura, soprattutto europea, artistica e storica, creare nuova cultura in modo sociale e collaborativo. Porterà all’integrazione di competenze nel campo artistico, architettonico e tecnologico. Ne sono assolutamente certa, ho appena iniziato un grande progetto triennale sull’AI per le Digital Humanity a Modena, un progetto che mi diverte moltissimo.

Per lo sviluppo di questa tecnologia conterà di più la dimensione competitiva o quella collaborativa?

Sono i due modelli da sempre: competizione americana o collaborazione europea (così, almeno, dovrebbe essere). Io sono sempre per la seconda.

Ritiene fondati i timori sulle minacce che possono derivare da un utilizzo distorto dell’intelligenza artificiale? Stephen Hawking nel suo libro postumo sostiene che nel futuro l’intelligenza artificiale potrebbe sviluppare una volontà propria che potrebbe entrare in conflitto con la nostra. “L’avvento di un’intelligenza artificiale super-intelligente – scrive – potrebbe essere tanto la cosa migliore quanto la cosa peggiore mai successa all’umanità”. Cosa ne pensa?

L’intelligenza artificiale potrebbe, se usata male, diventare uno strumento bellico o di controllo economico micidiale, oppure di influenza delle masse, che si cura solo con la consapevolezza della conoscenza.  Come tutte le nuove tecnologie che nei secoli hanno portato al magnifico progresso della nostra civiltà. Io sono sempre ottimista per il nostro futuro e per quello dei nostri figli. Pensare ora a modelli catastrofistici non aiuta quanto collaborare a livello scientifico, industriale e delle istituzioni.

Questo progetto editoriale intende far conoscere le protagoniste del settore dell’AI, con l’obiettivo di stimolare e amplificare la riflessione sul contributo femminile all’innovazione, contro qualsivoglia “gender gap” in termini di rappresentatività, visibilità, autorevolezza. Pensa che il mondo dell’intelligenza artificiale e della robotica sia percepito come un mondo “al maschile”?

No. Insomma… Il mondo scientifico è neutro, o almeno lo è sempre di più. Il mondo dell’univesità pian piano lo sta diventando (il ricambio generazionale aiuta), il mondo dell’industria italiana e delle istituzioni non sempre. È più difficile farsi valere per una diffidenza endemica e abbiamo ancora maturato poche capacità politiche e di sana lobby sul lavoro. Poi, chissà perché, se un uomo lavora in modo determinato per se stesso (per il proprio gruppo, la propria azienda ecc.) è ammirato e riconosciuto, se lo fa una donna… non vado oltre.

Quale impronta può dare la presenza femminile allo sviluppo di questa tecnologia? C’è un “modo femminile” di fare ricerca sull’AI?

Bella domanda. Siamo molte donne che lavoriamo in questi campi, sia in Italia che nel mondo. Cito sempre una grande, Fei Fei Li direttore a Stanford (e ora part-time a Google), che ha dato il via con il suo “Imagenet” all’applicazione in massa dell’AI per la visione artificiale e penso a molte altre colleghe con cui siamo anche davvero amiche. Tra tutte, le mie amiche Israeliane (Michal Irani, Lihi Zenlick Manor, Allyet Tal e altre) sono davvero “strong”, mi hanno insegnato come la caparbietà e forza israeliana si può associare alla gioia di vivere (bene). Guardate cosa fanno il giorno della donna: The Science at the bar (https://www.technion.ac.il/en/2018/03/science-at-the-bar/). Credo che possiamo trasmettere soprattutto nei laboratori di ricerca passione e volontà di collaborazione. Io mi sento molto mamma nel mio laboratorio (fin troppo, infatti perdono ogni cosa), sono orgogliosa di ciò che fanno i giovani che in trent’anni sono cresciuti così come sono cresciuta io con loro e sono certa che possiamo trasmettere onestà, giustizia e etica del nostro lavoro, a volte anche a discapito di una momentanea efficacia. Non sono termini che sento sempre declinare nel mondo maschile. Però abbiamo spesso anche una praticità e un amore per i dettagli e per la ricerca del “bello” nel risultato che alla lunga rende il tutto più stabile.

 

AI Love Women