Per controllare il virus, il Governo ha attuato una serie di normative atte a salvaguardare la salute dei cittadini, tra queste la scelta dell’app Immuni per la gestione del contact tracing nella cosiddetta “fase2”. L’utilizzo dell’applicazione per far fronte all’emergenza sanitaria in corso è uno dei temi al centro dell’attuale dibattito italiano: capire oggi se ci sono e quali sono le eventuali preoccupazioni e le potenziali resistenze diventa la chiave per impostare correttamente l’imminente campagna di lancio dell’app anti Covid-19.

Con la ricerca “La privacy di essere Immuni”, PHD Italia – agenzia media e di comunicazione di Omnicom Media Group – ha indagato il valore dei dati personali e della protezione del loro valore in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo.

La ricerca è stata condotta nella prima metà di aprile: 1.000 interviste online su un campione rappresentativo della popolazione italiana (18/64 anni).

Sinossi

Il valore dei dati personali e delle privacy ai tempi del Covid-19 – Una ricerca di PHD Italia indaga le opinioni degli italiani per capire oggi, alla vigilia del lancio dell’applicazione Immuni, se possa realmente essere una soluzione e risultare efficace.

Conoscenza, percezione, soglie di accettazione, le paure e le preoccupazioni degli italiani nei confronti delle applicazioni tecnologiche che sfruttano nel modo più avanzato la raccolta e l’analisi dei dati personali.

Qual è la predisposizione degli italiani? Quanto sono disposti a essere monitorati accettando di fornire i propri dati personali in cambio di una maggiore sicurezza sanitaria? Quali le preoccupazioni e le possibili resistenze, che potrebbero inficiarne l’efficacia? Quali le possibili soluzioni in termini di comunicazione?

Qualche dato

Tra altre evidenze, dallo studio emerge che gli italiani, nella scelta tra salute e privacy, siano per lo più favorevoli ad utilizzare l’app a costo di sacrificare i propri dati personali: infatti se il 69% degli intervistati si dichiara consapevole del valore commerciale delle proprie informazioni private, il 58% è comunque disponibile a cederli alle istituzioni in virtù di una maggiore tutela della salute propria e degli altri. Percentuale che scenderebbe però al 39% se questa cessione fosse imposta.

Considerando a garanzia del successo dell’app una soglia di partecipazione minima del 60% degli italiani, bisogna tener presente che solo il 73% (+14 anni) utilizza uno smartphone (vs l’87% che possiede un mobile device): questo significa che per raggiungere la soglia minima, circa l’83% dei possessori di smartphone dovrebbe scaricare l’applicazione, solo così quel consenso inizialmente accordato del 58% salirebbe di circa il 40% in relazione a chi potrebbe tecnicamente farlo.

Allarme o fiducia, così come controllo o disinvoltura nei confronti dei dati personali, sembrano viaggiare a velocità e con sfumature diverse a seconda del “data mindset” degli intervistati.

Capire oggi, alla vigilia del lancio, da chi è composto il “partito dei contrari” alla condivisione dei propri dati personali – che risulterebbe essere il 42% degli italiani – diventa cruciale: le loro preoccupazioni e le potenziali resistenze andrebbero disinnescate immediatamente al fine dell’efficacia dell’app, prima della loro propagazione tra l’opinione pubblica e soprattutto prima di diventare l’esca di una nuova pericolosa ondata di fake news. Dalla ricerca emerge infatti che solo il 47% dei contrari si è documentato rispetto al 62% dei favorevoli, con il pericolo che l’approfondimento avvenga attraverso fonti non ufficiali.

L’informazione sul tema dovrà dunque essere chiara e semplice da comprendere ma anche rassicurante. Infatti solo il 15% degli italiani padroneggia con disinvoltura la tecnologia e il 55%, proprio a causa di una conoscenza basica, la guarda con diffidenza e allarme, chiedendosi che fine faranno i propri dati una volta che tutto questo sarà superato.

C’è poi un aspetto emotivo da non sottovalutare: il cuore del partito dei contrari è capitanato dai cosiddetti “disgustati” da questa situazione e da come le istituzioni hanno gestito l’emergenza: sono 1 italiano su 3 e si tratta di quel 28% di italiani più sensibile al tema complottista, che teme il “controllo sociale” e il forzato cambiamento delle proprie abitudini come principale risvolto della cessione dei dati personali per sconfiggere il coronavirus.

Il “partito dei favorevoli” potrà invece essere un prezioso alleato, una sorta di influencer in grado di spostare con il proprio esempio l’opinione pubblica verso una maggiore disponibilità a condividere i propri dati in nome di un bene comune. Non sono persone prive di dubbi sui pericoli di questo sistema ma, la convinzione che ciò possa portare alla risoluzione più rapida della pandemia insieme all’opportunità di utilizzare questa soluzione come una sorta di “palestra” per innovare i servizi di domani legati alla salute di tutti noi, li muove e con loro l’opinione pubblica positiva.

Le istituzioni dovranno sempre di più concentrarsi su come ottenere la fiducia dei singoli utenti in merito alla gestione dei dati personali, da questo dipenderà il futuro nostro, delle nostre aziende e di tutti i settori della nostra vita, pubblica privata.

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