Massimo Temporelli è presidente e founder di The FabLab, rete di laboratori di fabbricazione digitale e prototipazione rapida, in cui stampa 3d, internet delle cose e robotica cambiano il modo di progettare e produrre. Ma è anche divulgatore scientifico, conduttore di programmi tv e radio, professore universitario, scrittore e direttore scientifico della collana “Microscopi” di Hoepli. Ed è soprattutto un innovatore, capace di guardare “oltre” con estrema facilità. Sul binomio che dà il nome a questo progetto, Massimo non ha nessun dubbio: “Il divertimento – spiega – è la strada maestra per l’adozione delle nuove tecnologie”. Il suo ultimo libro “Leonardo primo designer” è dedicato a Leonardo Da Vinci, osservato da una nuova prospettiva: non come artista, architetto, ingegnere o scienziato, ma come designer. E di una cosa è certo: oggi Leonardo sarebbe uno degli sperimentatori dell’intelligenza artificiale. Come l’avrebbe utilizzata ai suoi tempi? Per far divertire gli ospiti nelle feste di corte.

Cosa pensi di questo connubio tra intelligenza artificiale e divertimento?

Credo che, come in tutte le cose che hanno a che fare con l’innovazione, sia forse l’unica strada per far sì che queste tecnologie vengano adottate. Partire dal divertimento, dal fatto che queste tecnologie ci possano intrattenere, almeno in una prima fase, è fondamentale: non credo ci sia un modo più adatto per “appiccicare” alla mente degli umani cose nuove. Si fa nella scuola: io, per esempio, adotto spesso nelle aule che frequento il concetto di “educazione informale”, che definisce quei luoghi dell’apprendimento al confine tra il divertimento e la conoscenza. Penso ai giocattoli educativi, come Lego, che si occupano di robotica. Il grande educatore Seymour Papert li chiama “artefatti cognitivi”, oggetti che ci permettono di pensare in modo nuovo. Se noi adulti iniziassimo ad avere come compagni di gioco, di attività ludiche queste tecnologie, piano piano potrebbero entrare all’interno del nostro campo d’azione più vasto. Mi viene in mente il personal computer: io sono degli anni ’70 e per me il pc all’inizio è stato, soprattutto, un luogo di gioco. Quindi viva il rapporto tra il divertimento, l’intrattenimento e le intelligenze artificiali.

Lo “storytelling” legato all’AI ha spesso le tinte del noir, se non del thriller: l’AI ruberà il lavoro, sarà un pericolo per l’uomo etc. Perché secondo te?

Ho una risposta “preconfezionata”, scritta da un’altra persona di cui non ricordo il nome ma che rubo come citazione: “pensate cosa sarebbe successo se gli umani inventando l’aeroplano l’avessero chiamato uccello artificiale. La paura di salire su un uccello artificiale ci avrebbe bloccati come viaggiatori aerei”. In realtà l’intelligenza artificiale non simulerà mai la nostra intelligenza, non sarà paragonabile a noi umani, quindi il primo fattore sta proprio nel nome. Le intelligenze artificiali saranno di completamento, di corredo, di arricchimento delle intelligenze naturali. È chiaro che un umano deve però metterla in campo l’intelligenza e il problema è che molti umani oggi non lo fanno, non usano – questo intendo per intelligenza – la capacità di risolvere problemi, di immaginare, di progettare. Purtroppo molti, non tutti, nel mondo del lavoro oggi ripetono azioni studiate da qualcun altro, ingegnerizzate da qualcun altro (le ragioni sono storiche, stanno nel taylorismo, nel fordismo). Lì le intelligenze artificiali saranno “spietate” ed è giusto così, perché credo che l’umanità meriti di più di quello che ha fatto nel ‘900: la possibilità, cioè, di prendere di nuovo in mano la capacità di progettazione, di immaginazione e di usarla anche nel lavoro, non solo nel tempo libero. Nel XXI secolo, dunque, le intelligenze artificiali sostituiranno tutti quei lavori ripetitivi, di memoria, di attenzione che probabilmente faranno meglio le macchine, mentre tutta la parte più complessa – e più affascinante dico io – verrà fatta dagli uomini. E per lavori ripetitivi intendo anche cose che una volta venivano considerate sofisticate, come l’osservazione delle lastre radiologiche, per cui è necessaria una laurea, un tirocinio: oggi l’intelligenza artificiale in quel lavoro è cento volte più brava di un umano. Cosa farà allora quell’umano? Si rapporterà con i pazienti, creerà empatie, disegnerà le cure, tutte cose che una macchina non saprà fare.

Il modo di comunicare tra uomini e macchine comprenderà anche l’ironia e il sarcasmo? I robot saranno in grado di decodificare questa cifra espressiva? Per quanto riguarda l’uso degli smart speaker, per esempio, la rete è piena di gag, di situazioni ridicole proprio per la mancata comprensione…

In questo momento su questo fronte c’è un vuoto nelle scuole di design e nelle aziende, dove si punta molto sull’ergonomia, ma l’ergonomia, la forma oggi è legata a come interagiremo empaticamente con gli oggetti, non più solo con i sensi, anche con la mente. Quindi una sedia che ti parla va progettata, non la stiamo progettando, è questo il problema. Che cosa ci dovrà dire? Come ce lo dovrà dire? Con che tono, con quale libertà? Naturalmente non saranno simpatici come Bisio ma saranno oggetti che per avere successo sul mercato dovranno darci un’empatia. Sono queste le domande su cui dovremmo interrogarci oggi e iniziare a sperimentare. Le “gag” in rete hanno a che fare con la stupidità empatica di queste macchine, che non sanno riconoscere un tono di voce scherzoso da quello serio. Dimostrano che bisogna lavorare in quella direzione. Se le intelligenze artificiali entreranno nella nostra società, oltre a farci divertire dovranno anche farci sentire, o farsi sentire, più umane, meno stupide, meno meccaniche.

Spesso per misurare, o rendere evidenti, i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale si sfruttano situazioni in cui emerge la competizione con l’intelligenza umana, anche nel gioco, come nella celeberrima sfida Deep Blue – Kasparov. Sarà la competizione o la collaborazione la chiave di avanzamento, sia della ricerca che della comunicazione, nel settore? 

Bella domanda. Credo sarà un mix delle due cose. Da un lato l’uomo ha già la volontà, la voglia di incontrare una nuova forma di intelligenza. A me, in particolare, visto che in 46 anni ne ho incontrate tante di quelle naturali, piacerebbe incontrarne una artificiale e l’idea di sfidarla mi stimola. Naturalmente, dovendo affiancarsi agli umani, l’intelligenza artificiale non potrà essere troppo “sbruffona” e obbligare tutti a sentirsi sotto scacco, a dover continuare a competere. La giusta via di mezzo sarà quella per cui sarà l’umano stesso a decidere quale tipo di interazione avrà con la macchina. È un po’ quello che facciamo con gli amici: io ho amici con cui mi comporto più da spavaldo, altri con cui sono più accondiscendente. Le intelligenze artificiali del futuro si adegueranno all’umano che avranno davanti, ma sarà il progettista a far sì che succeda. A me piace la competizione, per carattere, ma ci saranno invece umani che avranno bisogno di più tenerezza. Vorrei che all’interno dei team che progettano queste macchine ci fossero, non solo ingegneri, ma anche psicologi, antropologi, filosofi, storici, storici dell’arte. E di nuovo torniamo a un mondo “bello”, in cui i saperi si compenetrano, come nel Rinascimento, quando le botteghe erano zeppe di competenze, anche molto diverse tra loro.

È appena uscito il tuo ultimo libro “Leonardo primo designer” dedicato a Leonardo Da Vinci osservato da una nuova prospettiva, quella del designer. Cosa avrebbe detto Leonardo dell’intelligenza artificiale? In che modo l’avrebbe approfondita? Anche dal lato divertente?

Innanzitutto l’avrebbe usata, oggi sarebbe sicuramente uno degli sperimentatori d’avanguardia nel settore. Per quanto riguarda il divertimento, poi, lui era uno che si divertiva molto: dalle fonti, seppure poche, che abbiamo a disposizione emerge un uomo “fun”, molto ironico, amante del buon cibo e della compagnia. Sicuramente avrebbe usato l’intelligenza artificiale in qualche festa, lui era noto anche come architetto e designer di feste, soprattutto per Lodovico Il Moro: sicuramente con l’AI avrebbe fatto qualche gioco di corte. All’epoca usava gli automi, il leone di Leonardo è famoso per aver colpito l’immaginazione di molti astanti durante le feste, così come l’aliante che volava sopra le persone, o gli uccelli meccanici. Poi sicuramente l’avrebbe sperimentata e ne avrebbe scritto nei suoi codici. Sarebbe bellissimo poterlo riesumare per vederlo alla prova con la robotica, con le stampanti 3d. Nel mio libro scrivo proprio di un Leonardo nel Ventunesimo secolo alle prese con queste tecnologie… magari sarebbe in uno dei miei FabLab.

 

AI ♥ FUN