Flow Factory, la prima escape room italiana governata dall’intelligenza artificiale.

Ricordate Rubik, quello del cubo? C’entra anche lui, ci spiega il Ceo Matteo Pella.

 

Le escape room sono il fenomeno del momento, l’ultima moda in fatto di intrattenimento e divertimento, ma non solo: per molte aziende sono un’ottima esperienza di team building. Nate in Giappone nella seconda metà degli anni 2000, le escape room si sono diffuse rapidamente, soprattutto negli Stati Uniti. Da qualche anno è boom anche in Europa, Italia compresa, dove se ne contano ormai decine, da Nord a Sud. E quando un fenomeno di mercato entra nell’immaginario collettivo ecco che arriva anche il film: “Escape room”, appunto, genere thriller, appena uscito negli USA, in Italia a marzo (i più nerd, però, ricorderanno un episodio dell’ottava serie di “The Big Bang Theory” – era il 2015 – in cui i protagonisti risolvono il caso in 6 minuti, anziché nei 60 previsti… e non c’era Sheldon!).

Questi giochi di fuga dal vivo, ad alto tasso di condivisione, consistono in una serie di rompicapo proposti a un gruppo di concorrenti rinchiusi in una stanza, perlopiù a tema, così da “mettere in scena” un’avventura (horror, fantasy, storica, la scelta è infinita e, spesso, personalizzabile). La via d’uscita, entro un limite di tempo prestabilito, sarà tanto più facile quanto più immediata la risoluzione degli enigmi. Logica, intuito e gioco di squadra gli elementi fondamentali.

Flow Factory, a Milano, è la prima escape room italiana “governata” dall’intelligenza artificiale: una storia perfetta per “AI ♥ FUN”. Il format arriva dall’Ungheria, capitale europea del settore – ci spiega il Ceo Matteo Pella – e tra i quattro ideatori settantenni c’è anche Erno Rubik, quello del cubo, il principe dei rompicapi.

Come funziona Flow Factory?

Quasi ogni elemento nelle stanze (oggetti, superfici, leve, pulsanti, manopole ecc) è sensorizzato. Le tecnologie utilizzate sono diverse: radiofrequenza, riconoscimento cromatico, temperatura, celle di carico. Tutti questi sensori fanno sì che il software di gestione della stanza sappia sempre cosa stanno facendo i giocatori e, soprattutto, se si stanno avvicinando o allontanando dalla soluzione del singolo enigma o della stanza nel suo complesso. Tutto ciò consente di decidere “in real time” come dosare gli aiuti e come farli arrivare al giocatore, per evitare che si crei una situazione di “stallo” nel gioco. Analogamente, se ci troviamo davanti al “genio” di turno, l’AI può decidere di rendere alcuni “puzzle” più complicati.

In che modo l’intelligenza artificiale modifica la dinamica di gioco?

La dinamica tradizionale degli aiuti tramite il Game Master ha retto le escape room sino ad ora e continuerà a farlo, ma il fatto di non dover dipendere da un elemento esterno alla stanza rende l’esperienza totalmente immersiva. In Flow Factory, da quando entri e ti cali nella storia fino a quando esci, puoi vivere il tuo ruolo, la tua avventura, senza nessuna “emersione” per interfacciarti con chi sta fuori. La gente paga per vivere emozioni ed esperienze: tanto più l’esperienza è vivida, coerente e immersiva, appunto, tanto maggiore è la soddisfazione finale.

Quali sono le caratteristiche (doti, capacità, emozioni) che fanno la differenza in questa esperienza?

La curiosità, il saper pensare lateralmente, “out of the box”, la capacità di osservazione… ma tutto questo è nulla senza la voglia di mettersi in gioco con la propria squadra: l’errore più grande è quello di “restare coperti” per paura di fare una figuraccia. Parola d’ordine: sperimentare e “sporcarsi le mani”.

Come è nata l’idea? Vi siete ispirati ad altre realtà?

Gli ideatori di Flow Factory sono degli arzilli ungheresi (età media 70 anni), quattro amici tra cui Laszlo Mero, professore universitario con cattedra in matematica e psicologia, poi c’è anche lo zampino di Erno Rubik, “quello del Cubo”. Ci siamo ispirati ad altre realtà solo per escludere gli elementi già utilizzati altrove, così da realizzare qualcosa di innovativo e diverso: ad esempio abbiamo totalmente eliminato lucchetti, chiavi e combinazioni che abbondano nelle escape room di prima generazione. Abbiamo anche abbandonato i temi horror: la paura è un’emozione fantastica per vendere, ma si adatta male al nostro cliente primario ossia le aziende.

Infatti la vostra è una formula molto utilizzata nel team building, perché?

Perché il tipo di engagement che genera e le emozioni che si vivono la rendono un momento sorprendentemente piacevole: i gruppi aziendali entrano con un linguaggio del corpo che rende evidente un’aspettativa medio bassa, ma escono completamente conquistati ed entusiasti, pronti per un secondo round. L’altro elemento vincente sta nel fatto che chiunque può vivere questa esperienza, a differenza di altre attività di team building in cui la componente fisica gioca un fattore rilevante: dentro un’escape room tutti possono vivere la propria avventura e mettersi in gioco senza disparità, il manager e lo stagista, l’atletico e l’impacciato. È una formula “universale” e anche decisamente “cost effective”.

Allestimenti / situazioni particolari che avete creato?

Per l’evento di lancio di un album per Warner Music e Spotify abbiamo realizzato una stanza completamente tematizzata attorno a un artista (Shade) e per Natale l’evento aziendale di “Sua Influencerità” Chiara Ferragni. In entrambi i casi mi sono molto divertito.

Per l’AI avete un team dedicato interno o fate capo a realtà esterne?

Uno dei fondatori e project leader di Flow Factory è un ingegnere informatico che negli anni ‘80 ha dato vita a una grossa azienda che realizza software per il disegno tecnico. Dopo aver quotato l’azienda in Germania, ha continuato a interessarsi a nuovi modi di utilizzare l’informatica, nelle sue varie declinazioni. Si è circondato di un team di quattro giovani ingegneri e a Budapest, la culla degli escape games in Europa, ha avviato il laboratorio dove tuttora produciamo le nostre stanze.

Progetti per il futuro?

Crescere! Abbiamo in progetto un’apertura all’estero entro il 2019 e un’altra flagship in Italia. Crescere e sviluppare nuove stanze richiede capitali e dopo il primo round di finanziamenti siamo aperti a nuovi possibili partner, in Italia e fuori confine. Se si trattasse di portatori di nuove tecnologie, sicuramente ci troverebbero aperti a nuovi scenari.

Quali sviluppi s’immagina per le tecnologie più avanzate applicate al mondo del divertimento? È un settore promettente?

Beh, direi che l’intrattenimento è da parecchio tempo uno dei settori dove le nuove tecnologie trovano sperimentazione e sfogo prima e applicazione sistematica poi. La cosa affascinante è che, comunque, dietro all’ingrediente fondamentale del prodotto di intrattenimento, cioè la creatività, c’è l’uomo. Finché la macchina non sarà capace di vivere e descrivere tutta la gamma di emozioni di cui l’uomo è capace, questa parte del processo resterà saldamente “umana”. In tempi in cui a dominare è la dimensione virtuale, credo che ci sarà un ritorno delle esperienze iperrealistiche. Un po’ come è avvenuto nella cucina: dopo anni di cucina molecolare, concettuale, arie di rabarbaro e finti caviali di cardamomo, c’è un ritorno alle preparazioni tradizionali, realizzate con gli ingredienti migliori possibili, ovviamente, per riprendere contatto con la nostra parte più “ancestrale”.

Questo progetto editoriale intende raccontare il lato divertente dell’AI, sono in molti però a temere le conseguenze negative di un’applicazione su larga scala di questa tecnologia: dalla perdita di posti di lavoro fino alle minacce più apocalittiche per l’umanità. Cosa ne pensa?

Wow… discorso più adatto a chi “fa” scienza piuttosto che business. Dal mio modesto punto di vista è una normale, inevitabile evoluzione. In tutte le fasi storiche che hanno visto radicali cambiamenti tecnologici, si sono temute conseguenze maggiori di quelle che si sono poi verificate e le nuove opportunità hanno controbilanciato la diminuita necessità di intervento umano nei processi lavorativi. Se dovessi dire la mia alle generazioni a venire direi: investite su qualcosa in cui, per ora, una macchina non può sostituirci, come l’empatia, la creatività, la sregolatezza che accompagna il genio e che è frutto di quello che si “sente” e non di quello che si “codifica”. Il progresso tecnologico ci ha consegnato macchine con braccia più forti, gambe più veloci e occhi più capaci dei nostri, ma la sensibilità, la capacità di provare e trasferire emozioni è una prerogativa ancora tutta nostra.

 

Qui il comunicato di lancio del progetto AI ♥ FUN